I giorni del referendum del 12 e 13 giugno si stanno avvicinando, nonostante in tv non si vedano i consueti spot che spiegano il significato dei quattro quesiti, come si fa a votare, di che colore sono le schede, e le solite informazioni con cui invece siamo stati bombardati nei giorni che precedevano le elezioni amministrative. Solo questa settimana, dopo la decisione della Consulta di non cancellare il voto sul ritorno al nucleare, c’è stata una lieve inversione di tendenza in alcune trasmissioni cosiddette “di approfondimento”, ma che in realtà non approfondiscono una beata minchia. Infatti, pur essendo spettatore abituale di telegiornali, tribune politiche e referendarie, Annozero, Otto e mezzo, e via dicendo, non ho ancora visto in tv un tecnico, uno scienziato, o comunque una persona del settore che spiegasse in maniera dettagliata alcuni aspetti che ritengo fondamentali in merito alla produzione di energia elettrica mediante centrali nucleari. I politici e le loro dichiarazioni, idee od opinioni sono del tutto inutili, quando non dannose; questi infatti sanno soltanto ripetere le solite frasi idiote, tipo “l’energia nucleare è la più sicura ed economica”, “le centrali ce le abbiamo a cento chilometri dal confine, quindi perché non costruirle anche qui?”, oppure “il nucleare è un’ipoteca sul futuro dei nostri figli” e così via. Anche i sedicenti “giovani”, che in teoria dovrebbero essere un po’ più svegli, quando vanno in tv iniziano a sparare cazzate come i loro navigati maestri di vita, al punto tale che ieri (giovedì 2 giugno) un signor nessuno, assessore regionale in Toscana per il PdL, sosteneva la pericolosità delle centrali idroelettriche esibendo come prova evidente la tragedia del Vajont. Purtroppo nessuno in studio si è preso la briga di far osservare al ragazzotto che quanto accaduto nel Vajont è stato causato dalla colpevole negligenza dei progettisti della diga, che hanno ignorato evidenti indizi di carattere geologico che avrebbero dovuto portare ad una riconsiderazione della possibilità di costruire quell’opera; la diga in sé, e il sistema di produzione di energia con centrali idroelettriche, non comporta gli stessi rischi di una centrale nucleare. Ovviamente la negligenza e gli errori umani sono possibili in qualunque situazione, ma le conseguenze sono ben diverse quando gli incidenti accadono in una centrale che contiene combustibile atomico. Nonostante quanto sostenga il prof. Battaglia (molto in voga ultimamente tra gli ospiti delle trasmissioni “di approfondimento”), a distanza di 25 anni, oggi Chernobyl è ancora off-limits per ovvie ragioni di sicurezza, e lo stato del fondo del reattore (che continua a bruciare) è pressoché ignoto e, secondo me, la tanto temuta contaminazione delle falde acquifere è avvenuta già da un bel pezzo. Inoltre vorrei ricordare al prof. Battaglia, che continua a ripetere che gli effetti dell’incidente del 1986 sono stati trascurabili, che per molto tempo in Italia, distante migliaia di chilometri dal luogo del disastro, non abbiamo potuto consumare verdure e latte. Due anni fa, inoltre, c’è stato un nuovo allarme legato all’importazione di biomasse combustibili (pellets) provenienti dalla Lituania e contaminate da cesio 137, un elemento radioattivo altamente pericoloso per la salute umana. Questo a dimostrazione del fatto che un incidente nucleare, magari dimenticato, continua a produrre i suoi effetti mortali anche dopo decine di anni, per non dire centinaia. Questo è esattamente quello che succederà con Fukushima, nonostante i media stiano pian piano occultando le notizie provenienti dal Giappone. Infatti i governi hanno tutto l’interesse a lasciar cadere nell’oblio la faccenda, nascondendo le responsabilità delle società che si occupano di gestire le centrali atomiche e minimizzando gli effetti che la contaminazione radioattiva provocherà sulle popolazioni del mondo, non solo quella Giapponese. Il messaggio che si vuole trasmettere è che, siccome è avvenuto dall’altra parte del mondo, tutti noi siamo al sicuro e non abbiamo nulla da temere. La realtà ovviamente è ben diversa. Molti osservatori, favorevoli al nucleare, fanno notare che in realtà le centrali sono totalmente sicure, tanto che l’incidente di Fukushima è stato provocato da un evento naturale che ha oltrepassato tutte le previsioni e le attese, mettendo così in crisi i sistemi di sicurezza delle centrali, quindi solo un evento tanto catastrofico quanto raro può metterci seriamente in pericolo, pertanto le probabilità di disastri sono assolutamente basse. A mio avviso, invece, questo è un argomento a sostegno degli antinuclearisti, perché non importa quanto una tecnologia possa essere avanzata e sicura, ci sarà sempre la possibilità che qualcosa di imprevisto ed imprevedibile possa accadere e far saltare tutti i piani. Riguardo al Giappone, però, sappiamo tutti che la responsabilità non è soltanto imputabile all’evento naturale, cioè al terremoto e al conseguente tsunami; grandissime responsabilità sono del governo e della Tepco, che hanno omesso le necessarie verifiche sui sistemi di raffreddamento di emergenza e hanno volutamente ignorato evidenti errori di progettazione dei reattori che costituiscono la centrale di Fukushima. Questo fatto dovrebbe oltremodo dissuaderci dall’affidarci ai politici e alle società private quando ne va della nostra sicurezza. Allora, qual è la soluzione? Rinunciare a produrre energia? Ridurre i consumi? Tornare alle candele? A parte il fatto che non ci sarebbe niente di male in tutto ciò, io credo che le alternative siano possibili e assolutamente praticabili. Ovviamente non a breve termine, ma nel giro di un ventennio credo si possa riuscire a ridurre gli sprechi e, quindi, il fabbisogno energetico delle nazioni più industrializzate; la chiave sta nel modificare il modello di produzione dell’energia, rendendolo più distribuito invece che centralizzato, riducendo i costi di distribuzione, puntando sulle fonti rinnovabili, sull’efficienza energetica, sul recupero di energia dalle attività quotidiane dell’uomo e così via. Alcuni anni fa ho sentito parlare di piccoli generatori che, posti sotto i marciapiedi delle grandi città, potevano produrre energia ricavandola dalla pressione esercitata dai pedoni che vi transitavano sopra; non so che fine abbia fatto quel progetto, ma credo che sarebbe in qualche modo applicabile anche alle strade e autostrade più trafficate. Un altro cambiamento necessario per conseguire il risparmio e l’efficienza energetica è, per ovvie ragioni, la revisione dell’attuale modello di sviluppo dei centri urbani; bisognerebbe riprogettare, gradualmente, le nostre città, ridurre la densità demografica, tornare ad uno sviluppo orizzontale delle abitazioni nel rispetto della natura ed evitando di perseverare nella costruzione di quegli edifici che rappresentano dei veri e propri mostri di inefficienza. Penso soprattutto a quei centri commerciali enormi, costosissimi da riscaldare e raffreddare, con negozi in cui decine e decine di elettrodomestici restano accesi ogni giorno, 12 ore su 24, a succhiare preziosa energia senza alcuna utilità. Certo, ha ragione il prof. Battaglia che oggi non possiamo produrre 60 GW di potenza con le sole fonti di energia rinnovabile, ma abbiamo tempo per fare i progressi necessari per aumentare questa produzione e, al tempo stesso, ridurre il nostro fabbisogno energetico. Come dicevo all’inizio del post, inoltre, non ho visto ancora nessun vero esperto che andasse in tv a spiegare dettagliatamente i costi della produzione di energia dal nucleare confrontandoli con altre fonti, in particolare quelle rinnovabili. In diverse trasmissioni sono state mostrate tabelle in cui l’energia nucleare è quella più conveniente, ma dubito seriamente che le tariffe indicate fossero comprensive dei costi necessari a trattare, riprocessare, smaltire, stoccare e mettere in sicurezza le scorie radioattive per i prossimi 3000 anni!