Lido Beach

Erano gli anni Ottanta e ogni volta, finito l’anno scolastico, non vedevo l’ora che arrivasse l’estate per andare a stare qualche settimana a Ostia a casa di mia nonna materna. A quei tempi per me Ostia era il posto più bello del mondo, c’era il mare, tanti negozi, l’illuminazione pubblica che ci permetteva di fare le passeggiate anche di sera dopo cena… cose inesistenti (per fortuna, direi oggi) nella campagna di Veroli dove vivevo coi miei genitori.

A distanza di trent’anni i ricordi di quel periodo sono molto sbiaditi; le cose che ricordo più nitidamente sono l’appartamento al piano terra di viale dei Promontori, il grande terrazzo sul quale esibivo orgogliosamente tutte le mie macchinine, il tragitto che facevamo a piedi ogni giorno per andare al mare e la tappa fissa al negozio di modellismo General Store davanti alla cui vetrina mi fermavo a fissare l’oggetto dei miei desideri, la SuperFox Gig-Nikko, che sarei riuscito a comprare solo dopo un anno di risparmi, tante 500 e 1000 lire conservate dentro una scatola di scarpe. Ricordo ancora il giorno in cui, scendendo alla stazione Termini, dimenticai sul treno quella scatola per me tanto preziosa, e poi quella voce alle nostre spalle che urlava “Signora!!! Ha dimenticato le scarpe!” di un altro passeggero che si rivolgeva a mia madre rincorrendola con la scatola tra le mani.

L’altra cosa che ricordo piuttosto bene è il bagnino dello stabilimento balneare dove andavamo di solito: il “Lido Beach”. Era un omaccione grande e grosso, sulla cinquantina, con una pancia enorme e rotonda, stempiato ma coi capelli lunghi e bianchi. Stava fermo immobile sulla sua torretta, e solo di tanto in tanto prendeva la barca del salvataggio per fare un giro in acqua. Chissà che fine ha fatto…

Poi c’erano i giardinetti dove mi accompagnava sempre mio nonno, e la gelateria dove un giorno chiesi un cono con solo crema di zabaione, e al gelataio che continuava a caricare col cucchiaio dissi “Oh, guarda che basta, è troppo!”, ricevendo per tutta risposta un perentorio “QUI BASTA LO DICO IO!”.

Tutti bei ricordi, finora… Perché ormai a Ostia non ci vado più da tanti anni. Mio nonno non c’è più, e mia nonna si è trasferita a Cassino.

Bei ricordi… solo che poi su Twitter mi è capitato di leggere questo post di Francesco Di Gesù (aka Frankie Hi NRG):

Frankie Hi NRG mostra la sua copia del libro di Federica Angeli

Non so se poi si è fatto la barba, ma io il libro l’ho comprato lo stesso, e leggendolo ho visto un’immagine di Ostia totalmente diversa da quella che avevo nei miei, seppur sbiaditi, ricordi. Racket, usura, spaccio, sparatorie… mafia! E allora ho iniziato a chiedermi se all’epoca Ostia era davvero differente, il “paradiso” della mia infanzia, o se allora era già tutto così, ma nascosto ai miei occhi di bambino ingenuo delle elementari. Il lido dove andavamo ogni giorno era regolare o c’era già qualcuno che pagava il pizzo per ricevere “protezione”? E la gelateria? E i negozi di giocattoli? Boh!

Le persone del clan Spada finite in prigione in una delle ultime operazioni di polizia hanno dai 20 ai 60 anni, e molti sono romani (seppur di origine Sinti) che magari negli anni Ottanta frequentavano quegli stessi posti che frequentavo io, e magari stavano gettando le basi di quella specie di impero criminale che persone come Federica Angeli hanno iniziato a scardinare.

Il 9 luglio Federica Angeli è stata ospite a Veroli, dove ha parlato del suo libro “A mano disarmata” e ha raccontato di come la sua vita sia cambiata da quando vive sotto scorta a causa delle sue inchieste che hanno provocato la reazione violenta dei clan mafiosi di Ostia. Questo è l’argomento principale del libro: la mafia, le estorsioni, gli attentati, gli omicidi, l’omertà… E il messaggio che l’autrice cerca di veicolare e trasmettere al lettore è che per sconfiggere questa bestia mafiosa c’è bisogno di tutti, c’è bisogno che ognuno faccia la sua parte, produca uno sforzo e vinca la paura e la rassegnazione. Purtroppo è più facile a dirsi che a farsi.

Alla fine della presentazione, il pubblico presente al Chiostro di Sant’Agostino ha avuto la possibilità di porre qualche domanda all’autrice. La mia insuperabile fobia di parlare in pubblico però mi ha impedito di aprire bocca, ma quello che avrei voluto far osservare è che, per quanto mi riguarda, dalla lettura del libro ho ricevuto anche un messaggio negativo per quanto concerne la fiducia negli altri: come puoi fidarti di denunciare un crimine alle forze dell’ordine, se poi ci sono agenti infedeli collusi con i clan? Come puoi fidarti di ciò che leggi sui giornali, soprattutto quelli locali, se chi scrive si presta spesso a fare “marchette” (così le definisce Federica Angeli) per ingraziarsi il boss della zona? Come puoi avere fiducia nella giustizia, se le inchieste vanno a finire nel “porto delle nebbie”? Come puoi credere di poter cambiare qualcosa col tuo voto, se tanti politici di ogni schieramento hanno la doppia faccia, buona davanti e corrotta dietro? Come puoi fidarti dei partiti, se i rispettivi dirigenti sono mossi dagli interessi personali piuttosto che dalle esigenze dei cittadini?

Purtroppo, oggi come ieri, persone come Federica Angeli rappresentano solo l’eccezione invece che la regola.

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